|
|
9月22日
| Anatomia di una trattativa condotta in un quadro sgretolato. Prospettive per i nuovi scenari
|
|
|
L'annunciato fallimento delle trattative per l'acquisto dell'Alitalia può avere esiti diversi. Il più probabile è che la nuova proprietà, la cordata della Cai, che ha poi deciso per il ritiro, si trovi ugualmente a comprare a prezzi ancor più stracciati la compagnia in liquidazione per poi rivenderla con ampio ricavo. La Cai, o qualunque altro soggetto nazionale o internazionale al suo posto, non avrà più obblighi giuridici e potrà assumere alle sue condizioni senza dover assorbire nessuno per motivi di anzianità o altro. I lavoratori andranno in cassa integrazione o per strada e i costi ricadranno sulla collettività, così come già è avvenuto per quelli delle passività pregresse. Lo scenario più probabile, economia occidentale permettendo, è che sorga una compagnia che operi seguendo il modello del fallimento della Swissair (2001) che, liquidati i problemi, è stata poi acquistata dalla Lufthansa e rappresenta ora un modello di efficienza e di attivo. Insomma un'operazione capitalistica e una prova di efficientismo in piena regola. Chiunque subentri alla proprietà farà un affare ancor più grosso di quello che avrebbe realizzato fino ad oggi.
Quando mancano le alternative
Ci troviamo, quindi, in uno scenario di capitalismo assoluto; ma questa non è una novità come non lo è che una compagnia allo sfascio, non solo ma anche per gli sprechi e per la cultura egoistica e menefreghista diffusa che ha fatto marcire e morire lo stato sociale italiano, si trovava comunque in un vicolo cieco e non aveva altre prospettive se non quelle capitalistiche. Tanto che le proposte di nazionalizzazione giunte da alcuni settori politici marginali sono demagogiche e grottesche; senza entrare nel merito delle imposizioni europee, l'eventuale nazionalizzazione di una compagnia allo sbando avrebbe avuto il solo esito di moltiplicare le perdite pubbliche, tra l'altro senza un tesoro cui attingere, per trascinare i resti dell'azienda nel gorgo di un'agonia senza fine; non esistono oggi le condizioni economiche, morali e politiche per poter prendere in considerazione una proposta che, purtroppo, non è che uno slogan appiccicato frettolosamente ai comunicati di politici che non hanno nulla da dire.
Nessuno ne esce bene
I dati salienti di questa tragicommedia dovrebbero balzare agli occhi di tutti, eppure non è così. Perché si assiste, non solo tra le parti in causa ma ovunque, allo scaricabarile. Un gioco dal quale nessuno esce bene - governo, proprietà, opposizioni, sindacati - ma da cui solo gli ultimi escono stritolati. E questo non solo per la straordinaria prova di ridicolo della Cgil che è passata oscillando dal sì al ni al no al ni al no al sì al no come una banderuola ubriaca ma perché è stato dato un segnale inequivocabile, per chi ne avesse avuto ancora bisogno, dell'assoluta impotenza, inconsistenza e mancanza di prospettiva dei sindacati che oggi non hanno alcun ruolo e senso se non quello di succhiare soldi come parassiti. Difatti, benché la questione fosse nota da un pezzo, non c'è stato uno straccio di proposta sindacale, né come alternativa, né come ammortizzamento, né come forma di lotta. Ed è sbalorditivo che la sola proposta sociale (la socializzazione del 7% degli utili per le maestranze) non sia venuta dai sindacati ma dal ministro del lavoro. Il quale ne esce ancora bene mentre lo stesso non può dirsi per quello delle infrastrutture, scuro in volto come i santoni della triplice; ma viene da dire che ben gli sta: proprio alla vigilia Matteoli aveva fatto appelli stonati all'antifascismo e speriamo che si sarà reso conto che porta sfiga.
Un modello allo sfascio
Il modello sindacale è allo sfascio. Non lo è soltanto perché ci troviamo in un periodo di capitalismo avanzato (eppur scricchiolante) ma in quanto è erede di una concezione opportunistica, consociativa, subalterna e di filtro che ha avuto un'enorme responsabilità nella distruzione delle concezioni e delle istituzioni sociali che provenivano dal Ventennio nonché una complicità imbarazzante con le multinazionali americane per il nostro disastro economico. Ma non è finita; non solo i sindacati sono una costosa appendice economica, sempre più sfiduciata dai lavoratori, uno strumento desueto, inefficace e senza idee, ma tutta la cultura sociale si va bavabeccarisizzando. Sicché se, secondo le leggi tipiche del capitalismo, sono i più deboli a cadere e sono i salariati, i produttori e i risparmiatori a pagare i conti, gli egoismi personali e di categoria imperano ed impazzano. Un'ulteriore prova la si è avuta nella vertenza perché i piloti, piuttosto che accettare condizioni non privilegiate, hanno optato egoisticamente per la cassa integrazione nella convinzione di avere comunque un mercato. Andate in ordine sparso le maestranze, i danni li subirà il personale meno qualificato, quello precario, quello che non ha sufficiente moneta di scambio.
Disgregati
Per dirla marxianamente è venuta a mancare coscienza di classe (anche se è difficile che piloti e precari si possano accomunare classisticamente al di là della contingenza). E insieme alla coscienza di classe mancano le organizzazioni di classe; ergo pagano i deboli. Per superare lo schema marxiano in un quadro più ambizioso e maestoso servirebbero coscienza di popolo e organizzazioni di popolo ma siamo ben lungi da ciò; l'individualismo atomizzato, l'egoismo becero dominano il quadro e non solo nel mondo del lavoro. Ed ecco che la questione dell'Alitalia diviene semplicemente paradigmatica. Va ben al di là dello specifico e rientra in un disagio generale, in una disarticolazione sociale, in una paralisi dei lavoratori e, soprattutto, in una cultura atomizzante e ricattatrice fatta di precariato e di “flessibilità”, di mobilità extracomunitaria, di concorrenza e guerra tra poveri. Che la finanziarizzazione ci avrebbe progressivamente proletarizzati lo sapevamo e lo abbiamo sempre sostenuto; che questa proletarizzazione atomizzata avrebbe prodotto frantumazione e disperazione lo abbiamo sempre affermato.
Adattarsi al nuovo scenario
A questo punto si può passare il tempo a lanciare anatemi, a lamentarci o a tranquillizzarci, restando sempre e comunque ostaggi della realtà e comparse di un reality show in cui tutti, chi prima chi poi, finiscono con l'essere nominati. Oppure si può iniziare a cambiar registro e a proporre modelli nuovi; modelli di organizzazione sociale snelli, autonomi ma coordinati che abbiano la capacità di non isolare ma di fornire sponde e strumenti ai precari, d'intervenire strategicamente sulle questioni centrali del lavoro. Che operino sia localmente (perché si va verso le contrattazioni aziendali) sia a vasto raggio. Per far ciò servono però una cultura sociale, che manca, uno spettro di proposte organiche e pragmatiche (che se ci sono sono frammentarie ed episodiche) e soprattutto un posizionamento chiaro. A mio parere in Italia come altrove (Francia, Spagna, Russia) la tendenza è quella del superamento della democrazia delegata. Ebbene è possibile volgere a vantaggio dei lavoratori l'impasse degli intermediari, la neutralizzazione delle burocrazie sindacali. La cultura si può dispiegare sulla prassi dell'azione diretta, della dismissione delle figure professionistiche dei sindacalisti (si possono estrarre a sorte di volta in volta i rappresentanti) e, soprattutto, sulle trattative improntate direttamente verso l'esecutivo forte. Avocando a sé tratti monarchici il neo-presidenzialismo, il neo-dirigismo, ha anche la funzione di ammortizzamento e di soluzione. Probabilmente è tempo di far tramontare i cadaveri elefantiaci del sindacalismo dell'ultima metà del secolo scorso e puntare all'affermazione di un'autonomia dinamica e cosciente che si articoli verso la politica nella logica del tribunato del popolo.
Disponibile
Di sicuro i tempi non sono ancora maturi, ma personalmente – e sono convinto di parlare anche a nome di quelli che condividono non a chiacchiere la medesima Idea e sensibilità – sono disponibile sin da ora per ogni riflessione e tentativo costruttivo, realmente trasversale, integralmente sociale (nella piena etimologia del termine) che punti a dare cittadinanza e peso a chi oggi brancola nel buio e paga i costi delle Lehamn brothers di turno. E' possibile farlo, seguendo uno schema peronista che renda gli aculei a chi è stato spillato giorno dopo giorno, dal capitale ma anche, se non soprattutto, dalla cosca sindacale. E' possibile farlo a patto di fornire, insieme, una convergenza a componenti assolutamente diverse ma animate da animus pugnandi e da intenzioni sane e comunitarie. Sono disponibile e fin da ora m'impegno a fare tutto il possibile per agire in quella direzione, sia sul piano dell'analisi, dell'approfondimento e delle proposte che in quello delle verifiche e dei confronti che sono indispensabili all'edificazione.
Gabriele Adinolfi |
LA STORIA NON SI CELEBRA, SI STUDIA
di Gianfredo Ruggiero
Sul Fascismo Fini ha il diritto di cambiare opinione...noi di mantenerla.
Per motivi anagrafici non ho conosciuto il Fascismo, ma ho letto molto e più leggevo e più si consolidava in me la convinzione che nella storia, quella ufficiale, quella scritta dai vincitori, non contano i fatti, ma la loro interpretazione e che il giudizio che ne deriva dipende dal colore della lente con la quale la si guarda.
Partiamo dal 1943, l'anno delle illusioni.
Si illusero i congiurati del Gran Consiglio del Fascismo di salvare il Regime sacrificando Mussolini; si illusero il Re e Badoglio di tradire l’alleato senza pagare dazio; si illusero i ragazzi di Salò di difendere l’onore d’Italia e finirono col combattere i propri fratelli; infine i partigiani che si illusero di sostituire la dittatura fascista con quella del proletariato, pensando di fare dell’Italia una repubblica sovietica e si ritrovarono invece a sostenere l’occupante americano.
Tutto ebbe inizio il 25 luglio. Caduta l’ultima illusione di vincere la guerra, arrestato Mussolini, dissolto il regime, allo sbando l’esercito, il timone tornò nelle mani del Re il quale, con l’assenso dei partiti in via di riorganizzazione e l’apporto dei vecchi notabili nel frattempo riesumati, affidò al Maresciallo Badoglio le sorti del nostro Paese.
Il nuovo governo si affrettò a rassicurare l’alleato tedesco circa la fedeltà dell’Italia e, nel contempo, avviò segreti contatti con gli angloamericani per passare armi e bagagli dalla parte del nemico, nella patetica illusione di uscire indenni da una guerra che volgeva al peggio.
L’8 settembre con i tedeschi in casa e senza preoccuparsi della sorte che sarebbe toccata alle nostre truppe, fino a quel momento impegnate a fianco dei tedeschi su tutti i fronti di guerra e su cui si sarebbe abbattuta l’ira di Hitler, arrivò l’annuncio di Badoglio che chiamò armistizio quello che in realtà fu tradimento: nel volgere di 24 ore i camerati divennero nemici e gli invasori alleati.
Questo atto scellerato non mutò le sorti del conflitto, non servì a lenire le sofferenze della popolazione civile che, invece, continuò a lungo a morire sotto i bombardamenti terroristici dell’aviazione angloamericana. Servì solo a scatenare la furia vendicativa di Hitler, in quel momento padrone assoluto del nostro Paese, e a creare le premesse di quella guerra nella guerra le cui ferite ancora oggi stentano a rimarginarsi.
Solo la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la ricostituzione di un esercito lealista cui aderirono, secondo uno studio di Silvio Bertoldi (“Soldati a Salò” ed. Rizzoli, Milano 1995) in seicentomila, frenò i propositi di Hitler che aveva previsto il totale smantellamento e trasferimento in Germania del nostro apparato industriale, la deportazione nei campi di lavoro e nelle fabbriche tedesche di tutti gli uomini che si fossero rifiutati di arruolarsi nella Wehrmacht e chissà cos’altro.
Le motivazione che spinsero tanti giovani ad entrare nel neo costituito esercito fascista repubblicano furono diverse e non sempre nobili (come spesso accade in questi casi): il rischio di fucilazione per i renitenti alla leva, l’intento di molti militari deportati nei campi di concentramento in Germania di tornare in Italia per poi disertare, la paga e la voglia di protagonismo. Vi aderirono anche fior di criminali, ma la stragrande maggioranza di essi lo fece per riscattare l’onore perduto e per sottrarre l’Italia alla vendetta hitleriana.
Questi giovani, uomini e donne, potevano, al pari di molti loro coetanei, aspettare in qualche luogo sicuro che la bufera passasse, oppure andare con partigiani le cui fila s’ingrossavano man mano che i tedeschi si ritiravano e la vittoria alleata si approssimava. Potevano, ma non lo fecero.
Preferirono continuare a combattere, in divisa e a volto scoperto, per quel senso dell’onore che oggi, in epoca di consumismo e individualismo, si fatica a comprendere, consapevoli che le sorti del conflitto erano segnate e che difficilmente ne sarebbero usciti indenni (migliaia furono i soldati fascisti fucilati dopo la loro resa o condannati a morte dopo processi sommari, senza contare i massacri indiscriminati e le angherie e gli stupri subiti dalle giovani ausiliarie, come ampiamente documentato nei libri di Gianpaolo Pansa, di Giorgio Pisanò e di Lodovico Ellena, solo per citarne alcuni).
Questi sono i fatti, che ognuno può giudicare, ma che dubito si possano contestare. Con buona pace di quel Gianfranco Fini che dopo aver fatto carriera con i saluti romani, aver inneggiato al Fascismo del duemila e dopo aver definito Mussolini il più grande statista del secolo ce lo ritroviamo oggi, da presidente della Camera e aspirante successore di Berlusconi, a darci lezioni di antifascismo e di democrazia.
Di simili maestri non sappiamo che farcene.
Gianfredo Ruggiero
(presidente Circolo Excalibur - Varese)
|
|
| Abdoul e Castelvolturno: tutti contenti perché non siamo razzisti
|
|
|
| Gioite o gente, l'Italia non è razzista! Tirano un sospiro i facitori d'opinione, i censori del grande cervello. Avevano suonato l'allarme per l'omicidio barbaro di Abdoul, il diciannovenne originario del Burkina Faso massacrato a Milano a sprangate in testa davanti al bar Shining (nomen omen oppure una vocazione precisa?) Il tam tam si è placato e l'omicidio ha smesso di far notizia perché si è acclarato che non ci sono ragioni di xenofobia nel delitto, un assassinio che non farà storia in quanto determinato soltanto dal furto di un cornetto. Respiriamo, diamoci pace: in Italia non si uccide per appartenenze etniche ma per settanta centesimi. Venerdì è scoppiato l'inferno nel casertano, a Castelvolturno e Baia Verde dove sette immigrati africani e un italiano sono stati abbattuti a raffiche di mitra e colpi di pistola. E anche qui abbiamo tirato un sospiro di sollievo; le contrapposizioni etniche non c'entrano, è guerra di camorra per il controllo del traffico di droga; dunque siamo in normalità e possiamo goderci in pace la presentazione delle nuove veline.
Lo spettro degli odi razziali è lontano. Nessuno si è però chiesto se la situazione non sia ben peggiore perché nella follia degli scontri etnici (di cui non ci si preoccupa ovviamente di rimuovere le cause ma solo di sottolineare gli effetti) c'è almeno un senso, distorto, ma c'è. E persino la vittima ha una sua dignità quando è vittima di una faida che ha una logica intrinseca. Qui invece si muore per malaffare o per niente. E in ambo i casi la reazione è distesa perché si accetta universalmente come fosse la cosa più normale del mondo che chi muore per la spartizione di bottino o per aver sottratto un cornetto è perfettamente integrato nella cultura e nell'etica di questa società. I massacratori di Abdoul, cui non è stata contestata l'aggravante dell'odio razziale, si sono visti affibbiare l'aggravante più pesante e agghiacciante prevista dal nostro codice: i “futili motivi”. Ebbene, che un ragazzo possa venir massacrato per futili motivi dovrebbe far scandalo ed eccitare gli animi, ma non avviene, tutto si calma. Sarà, probabilmente, perché si è ogni giorno più consci che il nostro modello attuale è fondato sulla futilità. Viviamo per niente e per niente possiamo tranquillamente morire.
Gabriele Adinolfi | AUTOSTIMA FEMMINILE
Mano a mano che invecchiamo noi donne aumentiamo di peso. Ciò avviene perchè nella nostra testa accumuliamo molte informazioni.
Però ovviamente, arriva un momento in cui tante informazioni non entrano più nella nostra testolina. Così questa dati accumulati cominciano a distribuirsi in tutto il corpo. E ora capisco tutto….
Non ho chili in eccedenza!!
Non sono grassa!!
Sono colta!!
MOLTO colta!!
PER TUTTE LE DONNE STUPENDE CHE SONO QUI…..
Oggi è il Giorno Internazionale delle Donne Diabolicamente Belle e Eleganti, così per favore invia questo messaggio a qualcuna che assomigli a questa descrizione.
E non dimentichiamo questo Teorema di vita: La vita NON dovrebbe essere un viaggio verso la tomba con l’intenzione di arrivarci in buona salute e con un corpo attraente e ben curato, piuttosto deliziarsi in vita, con cioccolato in una mano, vino nell’altra, Arrivarci con il corpo stanco morto, completamente consunto e gridando…..
CHE BELLA PASSEGGIATA!!!!!!
SI SIGNORI!! SIAMO PERFETTE….
Perchè:
-Non restiamo calve.
-Abbiamo un giorno internazionale e un altro nazionale.
-Possiamo usare sia il color rosa che l’azzurro.
Sappiamo con certezza che nostro figlio è nostro.
-Abbiamo la priorità nei naufragi.
-Non paghiamo il conto.
Siamo i primi ostaggi ad essere liberati.
-Se veniamo tradite, siamo vittime.
-Se tradiamo, loro Sono cornuti.
Possiamo dormire con un’amica senza passare per omosessuali.
-Possiamo prestare attenzione a più cose alla volta.
La Moglie dell’ambasciatore, è l’ambasciatrice; il marito dell’ambasciatrice, chi è?
-La Moglie del presidente è la Prima dama: il marito della presidentessa, chi è?
Se decidiamo di fare lavori maschili, siamo pionere;
Se un uomo decide di fare lavori femminili,
È un finocchio.
E PER ULTIMO:
Facciamo tuuuuuutto quello che fa l’uomo,
E CON CON I TACCHI ALTI…!!! 9月6日
In una estate del c....avolo in cui in due giorni di mare ho preso una tempesta di sabbia ed una grandinata con chicchi grossi come quelli dell'uva, al che ho chiesto scusa al padre eterno per aver osato disertare il lavoro a ferragosto e me ne sono tornato a rieti (con nuvola fantozziana annessa), una cosa da ricordare per fortuna c'è...l'ESCURSIONE al Rifugio Massimo Rinaldi e la SALITA notturna della vetta del Terminillo (2.217 mt) il 3 e 4 agosto scorsi.
Il programma era questo.... ah ah
Sabato Ore 15,00 ritrovo a Vazia (bar Lisa) - tutti regolarmente presentatisi con oltre un'ora di ritardo!!
Ore 16,00 arrivo base seggiovia e salita al Rifugio M. Rinaldi - alle 17 ancora ce stavamo a fa l'aperitivo al bar lisa
Ore 18,00 (circa) arrivo al Rifugio e sistemazione nella camerata - ecco si, verso quest'ora credo che abbiamo cominciato la scalata...
Ore 20,00 cena (o al sacco o dal gestore) al Rifugio M. Rinaldi - pian piano sono arrivato anche io...credo ultimo ma sano e salvo! La cosa più bella è stata aver lasciato le macchine in culo alla luna aver fatto un percorso di 3 ore in mezzo a mille sentieri per poi arrivare a destinazione ed accorgersi che non solo c'era una funivia che ti scende davanti al rifugio...ma finzionava pure!!! Se l'avessi saputo mi sarei fatto un'altra chilometrata in macchina, parcheggiavo la macchina nel piazzale salivo sulla seggiovia e li aspettavo al rifugio! ma i bastardi non mi hanno volutamente avvertito....ah ah ah
Ore 23,00 salita in notturna della vetta del Terminillo - stavolta in perfetto orario! scalare in notturna è una esperienza unica, anche se sali in 10 sei solo, tu e la natura. la luce che illumina solo il tuo piccolo sentiero davanti ai piedi, crepacci a destra, strapiombi a sinistra, passi sicuri, pesanti e lenti guardi avanti e sali, sali sempre di più fino alla vetta. tempo stupendo, niente vento niente luna milioni di stelle che stavano li a farti pensare. 20 minuti sdraiati a 2000 metri a guardare il cielo...c'avrei passato tutta la notte, ma la compagnia era ... sbagliata! senza fiato...questa è la montagna!
Ore 01,00 (circa) ritorno al Rifugio M. Rinadi e pernottamento - regà diciamoci la verità...ho retto la botta ma ero cotto! ho lasciato il gruppo a cazzeggiare fino alle 4 di notte...io alle 2 già stavo a letto! Li mortacci vostra quanto russateeeeeeeeee!!!!
Domenica Ore 08,30 colazione (o al sacco o dal gestore) - che devo commentà?? avemo magnato!
Ore 09,00 giornata libera ( possibilità di nuova escursione) - all'anima dell'escursione...tutta la cresta Sassetelli!!! altre 5 ore di "trekking"!! Ma mentre altri hanno gettato la spugna...io no!!!! Picchio quando riaggiusti il pc leggilo questo commento!!!! ah ah ah
Ore 13,00 pranzo (o al sacco o dal gestore) al Rifugio M. Rinaldi - non chiedetemi dove ma non era il rifugio Rinaldi...era un'altro almeno mille metri più in basso! Ho smesso di chiedere info su quale continente avessimo raggiunto dopo aver visto l'arcangelo gabriele su di una cresta che mi annunciava la mia prossima gravidanza...
Ore 16,00 preparazione materiale e discesa. - Ultimo al traguardo, ma non ho mollato, ne crampi ne infarti (uno dei due l'avevo messo in conto prima di partire!)...insomma mi sono autogestito bene ;)
Ore 17,30 ritorno a Vazia. - sarebbe meglio dire...a letto!!!
P.S.: questa gita sarà ricordata anche come l'unica occasione del 2008 che ho avuto per abbronzarmi... infatti per quello non ci sono stati problemi...se cammini all'una sotto il sole a 2000 metri ce l'hai una minima possibilità di scurire la tua pelle...peccato che al ritorno a casa sembravo un muratore!!
questa due giorni l'ho vissuta un pò come montesano e pozzetto hanno recitato quel film sul corso di sopravvivenza... ;)
cosa? non credete ad una parola di quello che ho scritto?? per questo ho messo le foto! ah ah ah
|