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1月23日 Rinascerò maialeIn Libano gli uomini possono per legge avere rapporti sessuali con animali, purché si tratti di femmine.
Avere rapporti sessuali con un animale maschio è un reato punibile con la morte.
(Ah, beh, così va bene!) Può soltanto vederli riflessi in uno specchio. (Ma che gente è?!?!) (Un MATTONE?) Nell'anno 2003 è necessario un Pentium 4 a 2000 Mhz per far funzionare Windows XP... (Qualcosa deve essere andato storto) (Se la applicassero anche in Italia non rimarrebbe più nessuno...) A Guam ci sono uomini il cui lavoro a tempo pieno consiste nel girare per le campagne e deflorare giovani vergini che pagano per il privilegio di stare con un uomo per la prima volta. Il motivo: la legge dell'isola stabilisce a chiare lettere che una donna vergine non può sposarsi. (Pensiamoci un attimo: esiste in qualche altra parte del mondo un lavoro anche lontanamente simile a questo?) A Hong Kong, una moglie tradita può uccidere il marito adultero, la legge glielo consente; ma può farlo solo a mani nude. Mentre può uccidere come più le aggrada l'amante del marito. (Ah! La Giustizia!) A Liverpool, Inghilterra, la legge ammette commesse in topless, ma solo nei negozi di pesci tropicali. (NATURALMENTE!)
(La sola idea fa venire i brividi.) (Immagino che si sia trattato di un problema abbastanza grave, se hanno dovuto farci su una legge.) Cessano di esserlo solo se si trovano 'in luoghi dove si vendono bevande alcoliche da consumare sul posto'. (L'America è un grande paese o no? Forse, però, non grande quanto Guam.) L'orgasmo di un maiale dura 30 minuti . (Nella mia prossima vita voglio essere un maiale!!!) (Continuo a preferire la storia del maiale.) (Forse è per questo che Flipper sorride sempre?) (Hummm . . . non faccio commenti.) (Nella mia prossima vita voglio sempre essere un maiale: preferisco la qualità alla quantità.) Nelle farfalle la sede del senso del gusto sono le zampe. (Oddio!!) L'occhio dello struzzo è più grande del suo cervello. (Conosco persone con lo stesso difetto.) Le stelle marine non hanno cervello. (Conosco persone che hanno anche questo difetto.) P.S.: Ma rinascerò maiale???? W il grande fratello!
Grande Fratello 8 - Fiamma Tricolore assalta la bolla!
1月21日 Antartide, scoperto vulcano attivo sotto i ghiacciC'e' un vulcano attivo sotto i ghiacci dell'Antartide. Si trova nella zona occidentale del continente e ha un'estensione confrontabile a quella dell'Emilia Romagna. La sua ultima eruzione risale a poco piu' di 2.000 anni fa (al 325 avanti Cristo) ed e' stata la piu' violenta avvenuta nel continente bianco negli ultimi 10.000 anni. La scoperta, pubblicata on line sulla rivista Nature Geosciences, e' dei ricercatori dell'istituto britannico per la ricerca in Antartide (British Antartic Survey, Bas). Secondo gli studiosi, che lo hanno identificato grazie al radar, il vulcano sta provocando cambiamenti importanti nei ghiacci e i nuovi dati aiuteranno a costruire scenari futuri sul loro eventuale scioglimento e sulle variazioni del livello del mare. ''E' una scoperta unica'', osserva il coordinatore della ricerca, Hugh Corr.
I dati radar hanno permesso di ricostruire la dinamica dell'eruzione, che provoco' una nube di cenere e gas alta 12 chilometri. Ma anche di interpretare in una nuova luce alcuni eventi, come l'avanzamento di uno dei piu' grandi ghiacciai della calotta occidentale, il Pine Island. Secondo il co-autore della ricerca, David Vaughan, ''l'avanzamento di questo ghiacciaio si e' accelerato nelle ultime decadi ed e' possibile che questo sia dovuto al calore del vulcano.
Tuttavia - aggiunge - la presenza del vulcano non riesce a spiegare il diffuso scioglimento dei ghiacciai della calotta occidentale, responsabili dell'innalzamento del livello del mare di 0,2 millimetri l'anno''. I vulcani svolgono un ruolo importante in Antartide. Molti di essi sono ormai spenti, mentre altri sono ancora attivi, come il Monte Erebus, Deception Island e South Sandwich Islands. Le eruzioni erano molto comuni in Antartide 25 milioni di anni fa ed hanno coinciso con il periodo di grandi cambiamenti climatici che ha portato alla formazione della calotta antartica.(ANSA) 1月20日 Brigata on the roadSarà il senso di colpa che domani abbandono la Brigata e non vado a Biella, ma visto che non riesco a dormire saluto e auguro buon viaggio a Simone, Ciancia, Sori e il Tronista. Sicuramente si perde, ma la Brigata fa sempre la sua figura.
Daje regà!!
Sveglia sabato mattina ore 10
concerto in SM sabato sera
partenza domenica ore 4
arrivo a milano ore 11.30 (dopo aver guidato sempre io!)
partita al DachForum (naturalmente persa, con incazzatura annessa)
partenza e ritorno a casa alle ore 4.30 di lunedì (dopo aver guidato sempre io!)
finalmente a letto dopo 43 ore filate e 1200 km sul groppone
P.S.: vi sentite un pò in colpa???? vabbè vi perdono per avermi lasciato con "le simpatiche canaglie" domenica scorsa....intanto adesso questi 1400 km beccateveli voi!!!
NOI VINCIAMO SEMPRE
AVANTI RIETI!
1月18日 Deputati peccano di avariziaNove euro a testa per vittime ThyssenI deputati organizzano una raccolta per le vedove e gli orfani dei morti nel rogo della Thyssenkrupp, ma versano a testa solo 9 euro. La colletta era iniziata prima di Natale e aveva raccolto 1300 euro. Preoccupati per la gogna mediatica, i deputati hanno rimesso mano al portafogli, così la cifra è salita a 6mila euro. Somma misera, tanto che i gruppi parlamentari sono intervenuti. Risultato: dopo l'Epifania la raccolta è arrivata a 12.500 euro.
Riporta Il Giornale che alla Camera 630 deputati, per iniziativa dell'onorevole Roberto Poletti (Verdi) e Maurizio Bernardo (FI), sono stati chiamati a partecipare ad una sottoscrizione di aiuto per le vedove e gli orfani degli operai morti nel rogo dell'acciaieria Thyssenkrupp di Torino. La partecipazione, però è stata tutt'altro che di massa. Gli onorevoli, prima di andare in vacanza per Natale, avevano versato complessivamente 1300 euro. Poi, minacciati dai promotori di essere dati in pasto alla stampa, la somma raccolta è quadruplicata fino a raggiungere 6mila, poco più di 9 euro e mezza a testa. Colletta misera, tanto da far intervenire i gruppi parlamentari. Risultato: dopo l'Epifania la cifra ha raggiunto la soglia dei 12.500 euro. Anche i gruppi che non hanno ancora versato hanno promesso di contribuire presto, come molti dei singoli deputati che erano assenti all'appello. L'imbarazzo alla Camera è cresciuto quando si è scoperto di aver fatto una colletta di molto inferiore a quella organizzata dai dipendenti di Montecitorio che hanno un'associazione chiamata "Gruppo di solidarietà" che ogni anno organizza una raccolta interna di fondi da devolvere in beneficenza. Più della metà partecipa versando la paga di una giornata lavorativa o di mezza: ogni anno raccolgono tra i 25 e i 35mila euro.
All'indomani della tragedia della Thyssenkrupp, infatti, gli animatori del Gruppo hanno inviato un primo aiuto concreto alle famiglie delle vittime. Due deputati, il verde Poletti e Bernardo di Forza Italia hanno scoperto l'iniziativa e hanno deciso di promuoverla tra i colleghi a cui hanno indirizzato una lettera perchè gli onorevoli contribuissero alla raccolta benefica "poichè - si legge - questo tragico evento non può lasciare inerti le nostre coscienze e siamo certi che avremo la vostra solidarietà". Ma Poletti e Bernardo sono andati oltre: hanno fatto massiccia porpaganda in Transatlantico fino alla chiusura natalizia, quando hanno scoperto che la cifra complessivamente raccolta era di appenna 1300 euro. I due deputati hanno allora moltiplicato gli appelli e avvertito che se i giornali fossero venuti a sapere di quanto accaduto la Camera avrebbe fatto una figuraccia. A poco è valso lo sforzo, la somma raccolta è salita di poco, prima a 6mila euro poi, dopo l'Epifania, ha raggiunto i 12.500 euro grazie alla sottoscrizione in extremis dei gruppi parlamentari, i singoli invece continuano a latitare. Il verde Poletti inizia però a spazientirsi: "Se i miei colleghi non si svegliano, renderò pubblici i nomi". 1月17日 I fratelli d'Italia si son rotti le palle!
1月15日 Auguri Camicie Nere!
Giudice in malattia partecipa ad una regata
La storia (o meglio, la scienza) ci darà ragione...Roma, 14 gen. (Adnkronos/Adnkronos Salute) - Baci schioccati sulle guance decisamente meglio di una stretta di mano, se si vogliono evitare influenza e raffreddore. Quello che sembrerebbe 'a naso' un modo molto meno intimo di salutarsi è invece la maniera migliore per 'attrarre' i malanni di stagione, che si possono trasmettere più facilmente attraverso il contatto delle mani, veri ricettacoli di germi e batteri. Lo rivela una ricerca condotta da esperti della 'London School of Hygiene', pubblicata sull''American Journal of Infection Control'. Niente paura, dunque, se un amico o conoscente appare raffreddato o influenzato: baciarlo sulle guance non mette a rischio di contrarre virus e batteri, al contrario di quanto si possa pensare. Stringergli la mano nel tentativo di essere cortesi, ma di tenersi alla larga dai malanni esporrà a un pericolo decisamente maggiore. "Le guance - spiega Sally Bloomfield, a capo dell'indagine scientifica - sono un luogo relativamente privo di germi, mentre i palmi delle mani vengono a contatto con moltissimi oggetti altamente pericolosi dal punto di vista della contaminazione batterica: maniglie delle porte, mezzi pubblici, o pulsanti dell'ascensore. Anche lavandole spesso, com'è buona regola soprattutto nella stagione fredda, non c'è la sicurezza di impedire la trasmissione di microrganismi 'nemici' della nostra salute". 1月11日 Lo spinello venti volte più cancerogeno della sigarettadi Staibene.it
Fumare fa male. Fumare uno spinello, invece che una sigaretta, alza notevolmente il rischio di sviluppare il cancro. Secondo una ricerca commissionata dal governo canadese e pubblicata sulla rivista “New Scientist”, il fumo della cannabis contiene ammoniaca, sostanza chimica altamente cancerogena, venti volte di più rispetto al fumo del tabacco. Dallo studio emergono anche altri dati inquietanti: nella cannabis sono presenti in misura cinque volte maggiore del tabacco acido cianidrico e ossido di azoto, che portano seri danni a cuore e polmoni. Già precedenti ricerche hanno dimostrato che il fumo di cannabis è più dannoso per i polmoni di quello del tabacco, poiché viene inalato più profondamente e ristagna nei polmoni per un periodo più lungo. I ricercatori canadesi hanno utilizzato una macchina per analizzare la composizione del fumo inalato, con attenzione particolare a quasi 20 sostanze chimiche pericolose. E il risultato è che il fumo della cannabis contiene molte piu' tossine di quello del tabacco. “Il tabacco viene depurato e filtrato nelle manifatture, mentre la cannabis è relativamente non lavorata. Pertanto è un prodotto molto più inquinante”, fa notare Richard Russell, specialista presso la Clinica toracica di Windsor. “Questi risultati non mi sorprendono. Le tossine dal fumo di cannabis causano infiammazioni polmonare, il cancro ai polmoni e molti altri danni”. Polonia: va al bordello e trova la moglie(ANSA) - VARSAVIA, 9 NOV - sgradita scoperta per Adam, un polacco di 42 anni che fa una scappata al bordello e ci trova Monika, la moglie, 32 anni. Dopo una serata con gli amici, Adam aveva deciso di fare una capatina in una casa di piacere di Swinoujscie, sul Baltico. Appena entrato ha scoperto alla cassa la moglie. la donna, disoccupata, aveva detto di voler tirare su qualche soldo. I due, sposati da 14 anni e con 2 figli, hanno avviato le pratiche di divorzio. 1月9日 "Una politica che é solo far carriera..."
1月5日 Prodi e il rimborso delle copie non vendute dei giornalidal Blog di Beppe Grillo: commento di un lettore E come mi ha fatto ridere Prodi, l'uomo più spassoso dell'anno, che nella nuova Finanziaria ci incita a fare economia sulla carta! A NOI?!? Di quale carta dovremmo fare economia? Della carta igienica? Quando lo Stato ripaga le copie non vendute dai vari giornali con rimborsi così onerosi da costringere la povera Unità a produrre ogni notte 16.000 copie in più di scarto sicuro, che saranno buttate al macero, per poter intascare 250.000 euro l'anno per contributi per copie stampate e non vendute? Ma le cifre sono anche peggio: sa che ne vende solo 60.000, ne manda in edicola 80.000 e ne stampa 120.000. A che scopo? Per distruggere qualche foresta in più? E poi ci dicono A NOI di risparmiare?!?! Europa, il quotidiano della Margherita che non compra nessuno, vende meno di 5.000 copie ma ne stampa 30.000 per usufruire di 3 milioni di euro l'anno di contributi pubblici. 3 milioni di euro sono la cifra stanziata a Milano per rottamare caldaie o auto inquinanti. Quante spese utili si potrebbero fare con questa carta destinata al macero ma profumatamente pagata dallo Stato? E almeno contenesse qualcosa di utile! Non un solo foglio contiene qualcosa che possa essere conservato come notizia di valore. cartaccia, che va ad aumentare lo spreco parassitario. E a fronte di tanto scialo non un solo aumento dei giornali letti in Italia IN SESSANTA ANNI! Sarebbe stato meglio comprarci computer per le scuole o pagarci insegnanti inglesi di madrelingua o ristrutturare i nostri fatiscenti istituti scolastici o dare, come in Germania e in Francia, dei contributi per i mutui-casa delle giovani coppie! Ma lo sapete che rimborsiamo anche le spedizioni postali del giornaletto di Sky-tv di Murdock? 25 milioni di euro l'anno! che nell'ultina Finanziaria corrispondono all'integrazione nazionale per gli asili! Riccardo Guidetti 1月2日 Pianificare la società multietnica vuol dire pianificare la catastrofedi Francesco Lamendola Da anni e anni ci sentiamo ripetere che realizzare la "società multietnica" è il grande obiettivo del terzo millennio, il luminoso futuro che ci attende al di là del post-moderno. Da anni ci sentiamo ripetere, come un ritornello, quanto sia bella, desiderabile e felice una società multietnica; dove razze, culture e religioni diverse coesistano armoniosamente e dove le barriere dell'incomprensione, del pregiudizio e dell'intolleranza - residuo di un passato vergognoso e da dimenticare - siano abbattute per sempre. Le autorità politiche ci ripetono che tale è il nostro "destino manifesto"; quelle economiche, che noi abbiamo assoluto bisogno di lavoratori immigrati per tenere alto il nostro tenore di vita e per riempire i vuoti demografici dovuti alla bassa natalità; quelle religiose ci ricordano il dovere cristiano dell'accoglienza; quelle culturali ci assicurano che ciò costituirà un impagabile arricchimento per il pensiero, l'arte e la scienza. Tutti insieme appassionatamente ci rintronano gli orecchi con lo stesso motivo, una mescolanza di utilitarismo esplicito e di umanitarismo e democraticismo zuccherosi. Ma è proprio così? Noi abbiamo molti dubbi in proposito, anche se politicamente assai scorretti. Ci rendiamo perfettamente conto della delicatezza dell'argomento e della facilità con cui, su un tale terreno, possono crearsi equivoci e si può dare esca a bieche strumentalizzazioni; perciò ci sforzeremo di essere chiari, quanto lo si potrebbe essere ragionando con un bambino delle scuole elementari. La necessaria premessa è che la nostra perplessità non nasce in alcun modo da un pregiudizio razzista nei confronti di altri popoli, altre culture e religioni; al contrario, in anni non sospetti (diciamo una trentina d'anni fa), parlavamo di interculturalità quando non esisteva quasi nemmeno la parola, e con saggi e articoli ci sforzavamo di ribadire il concetto che l'egoismo economico e politico del Nord della Terra stava generando situazioni insostenibili nel Sud, e che l'unica soluzione a tale problema era una più larga e generosa comprensione della necessità di elaborare una risposta globale, materiale e morale, alla miseria crescente del Sud e al malessere spirituale crescente del Nord; ad esempio col libro Metafisica del Terzo Mondo, edito nel 1985. Ciò chiarito, vediamo brevemente perché l'obiettivo della costruzione di una società multietnica ci sembra una utopia pericolosissima, foriera di conseguenze che non noi, ma le generazioni future ben difficilmente riusciranno a gestire razionalmente e pacificamente. Il primo motivo di perplessità ci viene dalla storia.Se vogliamo guardare alla natura umana quale essa è e non quale vorremmo che fosse o quale sarebbe auspicabile che fosse, ci accorgeremo che le società multietniche hanno prosperato in pace e in buona armonia solo per brevi periodi e in situazioni favorevoli assolutamente irripetibili, dovute a un concorso di circostanze fortunate. Tale fu il caso dell'India di Akbar (1542-1605), noto in Europa come il "Gran Mogol", illuminato sultano mongolo-indiano che perseguì con saggezza e lungimiranza un progetto di coesistenza etnica e religiosa. Tuttavia, lo ripetiamo, si tratta di rare eccezioni alla regola. La regola è completamente diversa e ci mostra una serie ininterrotta di conflitti, di odi, di rivincite lungamente attese e di rancori a fatica dissimulati. Possibile che il caso della ex Jugoslavia, senza andare tanto lontano nello spazio e nel tempo, non abbia insegnato niente a nessuno? Eppure, per chi li voleva vedere, i fatti sono lì, sotto i nostri occhi: e dicono chiaramente che nemmeno dopo secoli di convivenza (secoli, non anni!) l'etnia serba, quella croata, quella bosniaco-musulmana, quella albanese, ecc. sono riuscite a convivere in pace; anzi, che si sono sempre odiate e combattute e che ogni tentativo di comporre i loro contrasti è risultato assolutamente vano. Del resto, lo stiamo vedendo anche in questi giorni. Gli Albanesi del Kossovo, spalleggiati fin dall'inizio dal colosso americano, vogliono l'indipendenza: e, dopo aver subito lunghi periodi di "pulizia etnica" da parte dei Serbi, l'hanno fatta subire, con gli interessi, ai loro ex oppressori; tanto che in tutta la regione la presenza serba è scesa sì e no al 10% della popolazione totale. Conclusione (per chi la vuole vedere e non ha la coda di paglia): neppure gli sforzi delle grandi potenze e dell'intera diplomazia europea, neppure gli strumenti democratici del referendum e dell'autodeterminazione sono stati sufficienti a salvare la convivenza fra due stirpi che coesistevano da tempo immemorabile nello stesso territorio. Oppure si pensi all'Irlanda del Nord, ove più di quattro secoli di coesistenza non sono riusciti ad attenuare minimamente l'astio e il disprezzo reciproco fra l'elemento anglo-protestante e quello irlandese-cattolico. Eppure la società multietnica di cui ci parlano gli odierni cantori delle magnifiche sorti e progressive non nascerà da secoli di convivenza, ma verrà improvvisata dall'oggi al domani; e non coinvolgerà due sole etnie, ma decine e decine di etnie provenienti da ogni parte del mondo, con una varietà di lingue, usanze, religioni quali mai vi era vista prima nella storia. Anche l'India di Akbar, in fin dei conti, non doveva far coesistere che due elementi: l'indù e il musulmano. E sappiamo che fine ha fatto il sogno di quella convivenza: neppure il carisma di Gandhi ha potuto impedire la spaccatura dell'India in due Stati ferocemente avversi l'uno all'altro. E questo esperimento pericolosissimo, dal quale non ci sarà più modo di tornare indietro, dove lo si vuole realizzare? In tutta Italia; in tutta Europa. Non in una piccola regione, ma nell'intero continente. Per fare un esempio: quei milioni di Rom che non sono mai riusciti a integrarsi veramente con il popolo romeno, ora dovrebbero farlo negli Stati dell'Europa Occidentale, da un giorno all'altro. È verosimile? La seconda ragione di perplessità è di ordine politico.Nella presente congiuntura politica, con la guerra di civiltà scatenata dall'irresponsabile governo degli Stati Uniti d'America, e nella quale versano benzina sul fuoco gli interessi palesi e concreti del governo israeliano, l'Europa dovrebbe accogliere alcune decine di milioni di immigrati, molti dei quali provenienti da Paesi islamici, i quali non vengono solo in cerca di lavoro, ma con il progetto a lungo termine di islamizzarla. Sia detto per inciso, lo spettacolo politico cui assistiamo da parecchi anni è a dir poco sconcertante: quello di un'Europa, prossimo campo di battaglia tra due opposti integralismi, che continua ad essere subalterna e ossequiente verso i due massimi responsabili di tale situazione: i governi di Washington e di Gerusalemme. Eppure è evidente che i loro interessi non sono i nostri, che i loro obiettivi strategici non hanno nulla a che fare con i nostri; non occorre essere dei geni della geopolitica per capirlo. Si dirà che se non gli immigrati, i figli degli immigrati provenienti da quei Paesi svilupperanno un legame affettivo con la loro nuova patria d'adozione; e che questo renderà possibile non solo la pacifica convivenza, ma addirittura l'integrazione (ciò che non era riuscito al saggio e illuminato Akbar in condizioni tanto più propizie). Non è vero. I cittadini britannici di origine araba che avevano progettato gli attentati all'aeroporto di Londra non erano figli di immigrati, ma figli dei figli dei primi immigrati: immigrati della terza generazione. Non solo non avevano sviluppato alcun legame affettivo con la loro patria d'adozione, ma nutrivano per essa tutto l'odio che è possibile albergare nel cuore umano. Oppure ricordiamo l'insurrezione delle banlieues francesi; o ancora, se si preferisce, le feroci lotte interetniche scoppiate a Los Angeles nei primi anni Novanta del secolo scorso, quando asiatici, africani ed ispanici si affrontarono a colpi di pistola e di coltello, saccheggiando i negozi, incendiando le abitazioni e così via. Eppure parliamo di etnie che vivevano sullo stesso territorio da molto tempo. Inoltre la Gran Bretagna e la Francia, per via del loro passato coloniale, e gli Stati Uniti, per via della peculiarità del loro popolamento, avevano avuto molto tempo per sviluppare una cultura dell'accoglienza e dell'integrazione. Ma non vi sono riusciti. Vi riusciranno Paesi come l'Italia, che non hanno una storia del genere dietro le spalle, non hanno sviluppato una cultura del genere; e, anzi, fino a due generazioni fa, erano Paesi di emigranti? La mentalità mercantilista cui l'Occidente si è assuefatto negli ultimi secoli produce una curiosa deformazione percettiva. Ignorando i fatti e mettendo a tacere anche il semplice buon senso, si continua a pensare che, col denaro e i mezzi materiali, si possa fare tutto: anche creare dei legami di appartenenza, dei vincoli di tipo affettivo. Ma non è così. L'amore per il paese in cui si vive non nasce soltanto dal fatto materiale di trovare, bene o male, casa e lavoro; nasce, eventualmente, dal proprio retroterra culturale e dalla disposizione d'animo con cui si è affrontato il duro passo dell'emigrazione. I nostri nonni, che emigravano verso le miniere del Belgio con le loro valigie di cartone legate con lo spago, lo sapevano molto bene. Perfino in un paese relativamente vicino al proprio, ove si parla una lingua della stessa famiglia e si pratica la stessa religione, l'integrazione è stata realizzata solo da pochissimi e solo dopo sforzi disumani. La maggior parte dei nostri nonni, appena potevano, rifacevano la valigia e se ne tornavano a casa. Quanti di loro sono rimasti e hanno finito per amare il paese adottivo? Amare è una parola grossa; andiamoci piano.La terza ragione di perplessità è di ordine economico.Si dice e si ripete che le società a capitalismo avanzato hanno assoluto bisogno di manodopera, non solo e non tanto nelle fabbriche, quanto nei settori ormai abbandonati o semi-abbandonati: di braccianti agricoli, di manovali nei lavori pubblici o di operai non specializzati nell'industria, di infermieri nelle strutture sanitarie, di badanti per gli anziani soli e non autosufficienti. Ma è proprio così? Di fatto, l'aumento dell'immigrazione ha dato il colpo di grazia al piccolo commercio: milioni di botteghe familiari hanno dovuto chiudere, strangolate dalle tasse, mentre le piccole e medie imprese hanno potuto disporre di manodopera a basso costo che, in ultima analisi, ha favorito una ulteriore concentrazione dell'industria e del commercio. E mentre i piccoli negozi chiudono, sempre più numerosi aprono quelli degli immigrati; per non parlare del commercio clandestino di prodotti a costo bassissimo, importati illegalmente o fabbricati in strutture illegali, che creano una concorrenza insostenibile per i nostri commercianti.
E si ricordi cosa è successo a Milano quando le autorità comunali hanno tentato di porre un po' di ordine, non diciamo nel commercio cinese, ma nel semplice utilizzo degli spazi pubblici per il trasporto delle merci: una mezza insurrezione, con tanto di bandiere cinesi sulle barricate e di intervento dell'ambasciatore di Pechino. Altro che immigrati disciplinati e rispettosi della legge, che badano solo al proprio lavoro. Ora, si provi a immaginare cosa sarebbe accaduto se i nostri nonni emigrati in Svizzera, non più tardi di mezzo secolo fa, avessero avuto una reazione del genere, e sia pure di fronte a una supposta ingiustizia o prepotenza delle autorità pubbliche. Il fatto è che non ci pensavano proprio: non erano andati all'estero per far sventolare il tricolore alla prima difficoltà, ma per guadagnare qualcosa da mandare a casa. La quarta ragione di perplessità è di ordine demografico.Si dice che, senza l'apporto di immigrati stranieri, e più precisamente di famiglie straniere o, comunque, di coppie che metteranno al mondo dei figli, il nostro declino demografico, e quindi economico, sarebbe irreversibile. A noi pare che il ragionamento si possa tranquillamente rovesciare e che si possa pronosticare che, con gli attuali, rispettivi indici di natalità degli Europei e degli immigrati, nel giro di poche generazioni i popoli del vecchio continente cominceranno letteralmente a scomparire; e con essi spariranno, poco alla volta, dialetti, lingue, culture, religione: tutto. Già abbiamo visto, in un conteso pre-industriale, quanto rapidamente le culture locali siano state sopraffatte e cancellate dalle culture nazionali. Che fine hanno fatto, per citare un solo esempio, la lingua e la gloriosa letteratura provenzale, quando il francese ha cominciato ad affermarsi? Ora quest'ultima vive quasi solo nei capolavori del grande poeta Frédéric Mistral (1830-1914). E ovunque, nella modernità, si è assistito allo stesso fenomeno: giornali, radio, cinema e televisione hanno dato una mano alle culture nazionali per raggiungere la cosiddetta "unificazione", cioè per spazzar via le culture vernacolari; e oggi, complice l'informatica, anche le culture nazionali cominciano a scomparire, finché non resterà che la cultura dell'Impero: la lingua inglese, il pensare americano, il vestire, studiare e usare il tempo libero, secondo il modello americano. Quanto al temuto declino economico, è chiaro che si presenta la necessità della manodopera straniera solo se si parte dal presupposto che l'economia debba continuare a basarsi sul concetto della crescita. Ma, ormai, anche gli economisti liberali più tradizionali cominciano ad ammonire che il concetto di crescita illimitata è insostenibile, se non altro per il prossimo, inevitabile esaurimento delle fonti energetiche non rinnovabili e per gli effetti catastrofici dell'inquinamento; e che è tempo - se non è già troppo tardi - di ripensare radicalmente la nostra idea dell'economia e le idee stesse dello sviluppo e del progresso. Si tratta di idee recenti, nate - in pratica - con l'Illuminismo e con la Rivoluzione industriale. L'Europa ha costruito le cattedrali e prodotto gli Elementi di Euclide, la Divina Commedia di Dante e il teatro di Shakespeare facendo benissimo a meno di tali idee. Non è vero che chi si ferma è perduto, che l'economia deve sempre crescere, pena la recessione: questo è il ricatto degli economisti in mala fede, i cui nomi sono scritti sul libro paga di un capitalismo irresponsabile e ormai agonizzante. È incredibile che così poche voci, nel mondo della cultura, si siano levate per denunciare questa menzogna spudorata, nonostante l'evidenza dei fatti e la gravità dei pericoli cui andiamo incontro. La quinta ragione di perplessità è di natura organizzativa.Se anche lo si fosse voluto, non crediamo sarebbe stato possibile gestire il fenomeno dell'immigrazione in maniera peggiore di come si è fatto. L'atteggiamento della classe politica è stato un miscuglio di faciloneria imbecille, di assoluta inefficienza, di miopia che ha dell'inverosimile. Ricorderemo sempre una frase emblematica pronunciata da Massimo D'Alema, che rivestiva la responsabilità di capo del governo italiano all'epoca dei giganteschi sbarchi di clandestini albanesi sulle coste pugliesi, verso la metà degli anni Novanta del Novecento. Di fronte all'ennesimo approdo di una "carretta del mare" con cinquecento albanesi a bordo, molti dei quali si resero subito irreperibili a terra, con la sua abituale aria di superiorità egli disse - citiamo a memoria ma con sostanziale esattezza - ai microfoni del telegiornale: "Mi rifiuto di credere che per un grande Paese come l'Italia possa costituire un problema l'accoglienza di cinquecento poveretti che vengono in cerca di lavoro". Solo che i cinquecento sono diventati una massa incontrollabile, e non solo di albanesi; al punto che non sappiamo esattamente neppure quanti sono adesso. Dalle frontiere sforacchiate, terrestri e marittime, del nostro Paese si riversano ogni anno decine di migliaia di immigrati clandestini, molti dei quali andranno ad alimentare le attività illegali, se non la malavita vera e propria. Ogni anno, ogni estate i bagnanti di qualche spiaggia del Mezzogiorno assistono allo spettacolo sconvolgente dell'approdo di questi disperati: ci siamo abituati all'incredibile, percepiamo come normale ciò che dovrebbe essere l'eccezione clamorosa. E intanto la mafia, in Sicilia, ha individuato in questo mercato di carne umana una delle sue attività più redditizie, alla faccia degli sforzi disperati di singoli magistrati e di singoli operatori delle forze dell'ordine per combattere questo nostro vecchio (e mai curato) cancro nazionale, cercando di mettere sotto controllo le sue fonti di finanziamento. La stessa cosa avviene in Calabria con la 'ndrangheta, in Campania con la camorra e in Puglia con la Sacra Corona Unita. I barbari dell'interno fanno commercio di questi immigrati, d'accordo con i criminali dell'altra sponda del Mediterraneo, imbarbarendo sempre più la vita nazionale. Mentre alle unità in servizio per contrastare mafia e immigrazione clandestina scarseggia perfino la benzina per le indispensabili attività di pattugliamento del territorio, aliquote consistenti delle forze dell'ordine sono destinate a compiti di scorta di decine di onorevoli inquisiti per svariati reati del codice penale o per sorvegliare e proteggere le loro ville e i loro yacht. Accoglienza non vuol dire irresponsabilità. In Australia, per esempio, (lo sappiamo per conoscenza diretta), perfino in caso di un matrimonio fra un cittadino italiano e un cittadino australiano - matrimonio autentico, matrimonio d'amore con tanto di figli e non escamotage legale per coprire l'immigrazione di uno straniero - i controlli sono severissimi, puntigliosi, caratterizzati da una estrema diffidenza. E non parliamo delle conseguenze sanitarie della faciloneria con cui si spalancano le porte del nostro Paese a chiunque lo voglia. Poiché viviamo in quella parte d'Italia ove è appena scoppiato il caso della meningite fulminante, originata appunto presso gruppi di immigrati, abbiamo visto coi nostri occhi cosa può accadere quando i controlli sanitari sulle persone immigrate sono pressoché inesistenti: in nome di un buonismo e di un garantismo demenziali, si mette a repentaglio la sicurezza di milioni di cittadini. Prima che la demagogia irresponsabile della nostra classe dirigente (o piuttosto della nostra classe dominante, per usare la terminologia gramsciana) crei situazioni di conflittualità incontrollabile, come sta già avvenendo in alcune zone del Paese - ove la popolazione residente è, in certi casi, semplicemente esasperata - bisogna avere il coraggio di dire che non solo le quote di immigrati dovrebbero essere drasticamente ridotte, ma che si dovrebbe organizzare con maggiore buon senso e con molta maggiore efficienza l'inserimento degli immigrati regolari. Oggi assistiamo alle cose più sconcertanti: che un ragazzo africano, ad esempio, che non sa una parola d'italiano, può e anzi deve essere accolto in terza o quarta superiore della scuola pubblica; che un immigrato, trovato privo del permesso di soggiorno, può eclissarsi tranquillamente, ignorando la notifica di espulsione; che negli asili e nelle scuole pubbliche si evita di fare il presepio o di intonare canti natalizi per non "offendere" i sentimenti religiosi dei bambini di altra religione; e così via. Si aggiunga che gli immigrati, per ovvie ragioni, tendono a concentrarsi nei quartieri più poveri e che la loro presenza, a volte rumorosa e disordinata (come quando più nuclei familiari si stabiliscono in un piccolo appartamento, o come quando essi gestiscono locali pubblici in zone residenziali, restando aperti fino alle tarde ore notturne e disturbando la pace dei vicini) mette gravemente a disagio i cittadini ivi residenti, che già stentano a sbarcare il lunario e che si vedono gradualmente circondati ed "espulsi" dai loro rioni e dalle loro abitazioni. In tutti questi casi - e sono assai numerosi - il pericolo è che si vada verso una guerra tra poveri e verso una cultura dell'incomprensione e della chiusura reciproca. Al tempo stesso, le pubbliche amministrazioni sono vergognosamente carenti nel garantire un minimo di accoglienza e di dignità agli immigrati regolari. Li si espelle con la forza dalle abitazioni abusive, ma non si fa assolutamente nulla per assicurare loro un tetto decente sopra la testa; e, se li ospita provvisoriamente qualche vescovo o qualche prete di buon cuore, si critica quest'ultimo e lo si denigra senza ritegno. È successo e continua a succedere; basta leggere i giornali o ascoltare i notiziari del telegiornale - quando non sono troppo occupati a riferire gli sproloqui dei politici "ufficiali", di destra e di sinistra, e i loro fioriti discorsi su un Paese che non esiste se non nella loro immaginazione. Insomma si consente l'ingresso di cifre impressionanti di immigrati, ma non si fa nulla per aiutarli ad inserirsi nella società civile: quando il problema dell'inserimento sarebbe già gravissimo (almeno in senso morale ed affettivo, come già detto) anche se fossimo in presenza di strutture idonee e di una politica dell'immigrazione responsabile e ben organizzata. E mentre la disorganizzazione e l'irresponsabilità continuano a imperversare, come se ci trovassimo di fronte a un'emergenza scoppiata ieri e non a un fenomeno ormai in atto da alcuni decenni, il disagio crescente generato da situazioni insostenibili alimenta vieppiù la demagogia forsennata di alcune forze politiche, quelle sì razziste e irresponsabili, che sanno vedere solo gli esiti del fenomeno ma non ne fanno una analisi complessiva; e che agitano con tremenda incoscienza la bandiera dell'intolleranza e perfino della provocazione. Non abbiamo forse visto un importante uomo politico italiano, che oltretutto ricopriva una caria istituzionale, esibire una camicia decorata con vignette che irridevano l'altrui fede religiosa? Paurosi effetti della totale insipienza di una classe dirigente che è venuta meno al suo compito fondamentale: cercare di conciliare il proprio interesse particolare con quello complessivo della società. La sesta ragione di perplessità è di tipo affettivo.Pur con tutti i suoi difetti, noi amiamo l'Europa, amiamo l'Italia, amiamo le nostre regioni, le nostre cittadine, la nostra bellissima natura (là dove si è parzialmente salvata dallo scempio edilizio e industriale degli ultimi decenni). In questo amore non vi è niente di esclusivista, di razzista, di xenofobo. Crediamo, anzi, che l'amore per la propria terra dovrebbe essere un requisito essenziale di qualunque società umana; e che non sia possibile amare il mondo se non si ama, prima, la propria terra; come non è possibile amare l'umanità se non si amano, in concreto, i propri vicini. Questo, ripetiamo, non è nazionalismo né campanilismo. Ora, amare la propria terra e la propria gente significa anche desiderare che esse continuino ad esistere, anche quando noi non ci saremo; e che i nostri figli potranno vivere in pace nei luoghi che abbiamo loro affidato, così come li abbiamo ricevuti dai nostri genitori e dai nostri nonni. È chiaro che dei cambiamenti vi saranno; nulla rimane uguale a se stesso. Tuttavia una cosa è convivere con la necessità di una trasformazione lenta e graduale, che salvi l'essenza della propria terra e della propria gente; e un'altra cosa è auspicare una trasformazione radicale, immediata, traumatica, che cancellerà ogni traccia del passato e farà piazza pulita delle cose più belle che i nostri antenati hanno elaborato nel corso della storia, a cominciare dal dialetto, dalla lingua e dal modo di vedere la vita. Ogni popolo, ogni comunità ha un proprio modo di vedere la vita; e si tratta di una filosofia intraducibile. Quando si dice casa - anzi, cjase - a un friulano, non si dice la stessa cosa che si direbbe a un inglese, a un russo, a un giapponese, adoperando le parole delle loro lingue; si dice una cosa diversa. Una cosa che non si può spiegare, ma che esiste. È fatta di ricordi, di affetti, di sensibilità; e ciascun gruppo umano possiede la propria, frutto di un lentissimo processo storico e di una costante interazione sia con l'ambiente fisico, sia con gli altri gruppi umani. Un qualche cosa di intimo, di belo, di sacro: che non merita di essere gettato via, come un fardello ingombrante del passato. Noi siamo quello che siamo, perché siamo quello che siamo stati; e saremo quel che saremo, perché ora siamo quello che siamo e perché siamo stati quello che siamo stati. Al di fuori di questa consapevolezza, non vi è che la barbarie dello sradicamento, dell'anonimità, dell'omologazione senz'anima e senza radici. 1月1日 Viva la muerte!
Spazio Sacralizzato
LAMPI SULLE COLLINE NERE1877 - 2007
A centotrent'anni dall'assassinio di Cavallo Pazzo a Fort Robinson
In tempo di citrullaggini sulle radici dell'Europa, ci piace riflettere su altre radici, quelle degli Stati Uniti d'America, di assai più facile individuazione. Infatti. le radici degli USA consistono proprio nel non avere radici. Non che la gente che li fondò non avesse ascendenti storici, anzi, ne aveva molteplici ed eterogenei, ma la detta fondazione consistette appunto nel dare un taglio a quel tipo di radici, auto-proclamandosi nuovi profeti e inventori della super-civiltà, ossia novus ordo seclorum.
Filosoficamente parlando, non è che la loro concezione fosse del tutto nuova. Era uno strano intruglio bigotto tra giudaismo biblico e calvinismo, con la soda frizzante di forte dosi di presunzione, tipica degli immaturi. Ma, come tutte le cosiddette ideologie, anche quella non era che un grembiulino, confezionato e ricamato per coprire un sottostante modo di essere, la cui vera natura è più chiaramente rivelata dalle costanti del modus operandi che dai sermoni. Nel caso della neo-nazione americana, il fatto che le ideologie debbano la loro fortuna solo alla loro idoneità a santificare a-posteriori il modo di essere ed operare prescelto (basta pensare alla fortuna "politica"della stupidaggine evoluzionista), emerge lampante dalla circostanza, apparentemente inesplicabile, che la presunzione ebraica di essere il "popolo eletto" e quella yankee del "destino manifesto" di dominare la Terra, anzichè determinare una spietata lotta tra Popolo Eletto e Popolo Eletto Bis, hanno fatto dei due culo e camicia . E' che non sono i ricami sui grembiulini ideologico-religiosi che contano, nella storia, ma i comportamenti che essi intendono legittimare, E giudaismo e calvinismo, come paramenti sacri e lava-coscienze del profano americanismo, vanno ugualmente a meraviglia !
Basta percorrere il breve iter dei due secolucci o poco più di storia della nazione americana, per essere immediatamente colpiti dalla costanza dei criteri operativi che la contrassegnarono sin dal suo embrione. Essi furono tre: avidità, frode e violenza. Dopo che, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, quei tre cattivi consiglieri portarono il capitalismo di modello Rothschild alla nota tremenda crisi, i governi USA vi posero rimedio nazionalizzando la più florida e redditizia delle attività economiche locali, e cioè il gangsterismo, eretto a sistema di Stato in politica interna come estera. E sappiamo bene come avidità, frode e violenza abbiano potuto, in tal modo, fare un enorme salto di qualità. Sono potute persino giungere, in questo dopoguerra, alla mirabile fusione tra loro, grazie all'invenzione, da parte della nazione-gangster, dell'inedito delitto di "truffa a mano armata", consistente nell'escogitare inganni, anche grossolani, costringendo le vittime riottose, con la brutale violenza omicida, a farsi ingannare (ringraziando pure !). E ha funzionato !
Ha funzionato, grazie all'immensità della stupidaggine e della viltà umana, sua complice primaria.
Ma è farina del diavolo, di cui la saggezza popolare (quella vera e antica, non quella "democratica") dice che va tutta in crusca.. Può "rendere" per un poco; magari per parecchio, ma il primo vento fresco se la porta via, come la pula.
Quel 5 settembre 1887, la smisurata potenza militare statunitense , dopo la batosta del Little Bighorn, toccò con mano che affrontare sul campo tipi come Toshinko Widko (Cavallo Pazzo), il condottiero Lakota Oglala che beffava la morte, era cosa assai spinosa, e adottò allora il metodo a lei congeniale di invitarlo a un colloquio di pace, ed ivi piantargli a tradimento una baionetta nelle reni. Semplice, economico e con risparmio di "giovani vite americane" ( di spirito pratico gli Yankees non mancano certo !). Cominciò, con quel delitto, l'opera programmata di cancellazione dei cosiddetti Sioux ( nome wasichu delle tre nazioni affini dei Lakota (o Teton), dei Nakota (o Jankton) e dei Dakota (o Santee), conclusasi tredici anni dopo con l'altro glorioso e proditorio assassinio del grande Lakota Hunkpapa Tatanka Iota-ka (Toro Seduto),
E sui fieri e indomabili Lakota calò il silenzio di morte, nè più ebbero l'onore di menzione dalla bocca di alcun Grande Padre Bianco pontificante a Washington. Pensò solo la letteratura popolare (e, di li a poco, il cinematografo) a demonizzarli e schernirli, in mucchio con gli altri "indiani", come pazzi urlanti e assetati di sangue. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Sembravano, per oltre cent'anni, i Lakota e la loro eroica e impari lotta, condannati definitivamente ad essere solo uno sgradevole ricordo. Persino sulle Colline Nere, i Pa-Sapa già sacri a quei popoli, i bianchi senza onore scolpirono sul crinale roccioso, a supremo sfregio, le facce idealizzate dei loro profani Presidenti che li avevano guidati al genocidio. Allo sterminio fisico si aggiunse così la morte storica.
Ecco, invece, il primo soffio di vento. Poco più di un secolo era trascorso dall'infamia di fort Robinson, che sulle colline profanate esplodevano le mine e rombavano i martelli perforatori per l'edificazione del più colossale monumento di tutti i tempi. Alto 130 metri, un uomo a cavallo emerge grado a grado dalla dura roccia, indice destro teso a additare la sua terra, dove sono sepolti i suoi morti. Il viso, ormai completo, è quello di Cavallo Pazzo, eroe riconosciuto ormai, non solo dei Lakota, non solo degli altri cacciatori e guerrieri delle Pianure, ma di tutti gli Indiani rimasti orgogliosamente tali, dall'Atlantico al Pacifico, anche- si badi- quelle tribù del sud o dell'estremo Ovest che , al tempo della loro libertà, dei Lakota ignoravano persino l'esistenza. Unendosi coralmente ai generosi sforzi di un architetto europeo, di recente naturalizzazione americana, vergognoso per i delitti infamanti su cui era fondata la sua seconda patria, accordatosi con un vecchio capo Lakota, gli straccioni e mendichi , umiliati e negletti, confinati nelle inospitali riserve rifiutate dall'avidità dei "civilizzati", vollero tutti contribuire, pur nella loro povertà, alla riaffermazione della loro civiltà distrutta. Ai piedi dell'opera immensa, sorse per volontà e con l'apporto di tutte le tribù ed etnie, il grande Museo dei popoli indiani, i cui proventi vanno interamente ai lavori. A questo punto, l'Uomo della Casa Bianca fece l'astuta pensata di rifarsi il trucco da Grande Padre Bianco offrendo, a sorriso spiegato, il contributo degli States, spergiuri e genocidi, di ben 300.000 dollari ! Non sponsorizzavano forse i suoi ispiratori e maestri Scarface, Dillinger o Al Capone, scuole, asili o case di cura , magari in misura meno spilorcia ? Ma, quando sulla sua faccia di tolla arrivò lo schiaffo dello sdegnoso rifiuto, probabilmente si limitò a borbottare: tanto di risparmiato ! Nessun brivido gli corse la schiena. Nessun insegnamanto ne trasse. Il Popolo Eletto Bis non accetta insegnamenti estranei. E fece assai male. Qualcosa di inafferrabile si muoveva, in quella sfera che, per un rozzo wasichu, lingua biforcuta, è inaccessibile.
Ed ecco spirare ora il secondo soffio, ancor più grave e inequivocabile, anche se stampa e antenne addomesticate si affannano a coprirlo di silenzio. Il consiglio delle comunità Lakota ha pubblicamente ed espressamente denunziato tutti i trattati sottoscritti con i Bianchi, ben 33, in forza dei quali avevano acquistato il passaporto statunitense. Motivo: la plateale violazione di tutti essi da parte dei Visi Pallidi. E' semplicemente il principio di diritto romano: inadimplenti non est adimplendum. La conclusione della motivatissima dichiarazione, ufficialmente comunicata alle "autorità", è drastica: NON SIAMO PIU' CITTADINI DEGLI STATI UNITI D'AMERICA.
Queii trattati - hanno dichiarato e sottoscritto i rappresentanti di tutte le tribù- sono stati violati a più riprese, per privarci della nostra cultura e delle nostre usanze e per rubare le nostre terre. Le consideriamo quindi, da oggi, carte senza valore. Ebbene. confrontiamo tali chiare espressioni con quanto Toro Seduto aveva gridato in consiglio nel 1869, per dissociarsi dalla linea "conciliativa" di Nuvola Rossa. " Quale patto il Bianco ha rispettato e noi abbiamo infranto ? Nessuno ! Quale patto l''uomo bianco ha mai fatto con noi e poi ha rispettato? Nessuno! ".
E' quindi, quella dei Lakota del XXI secolo, la rivendicazione piena della posizione dei loro antenati del XIX., senza rinnegamenti nè pentimenti di sorta. Ma -quel che più conta, e dovrebbe allarmare Condoleezza & C. ben più che Al Qaeda - è che, dopo due secoli di naturalizzazioni americane invocate e ambite, E' LA PRIMA SNATURALIZZAZIONE !
Se il fenomeno si estende (e non poche ne sono le avvisaglie), come pensano di fronteggiarlo i Padroni del mondo ? Sganciando bombe nucleari "mirate" a casa propria ? O forse distribuendo coperte all'uranio impoverito, in luogo del vaiolo di un tempo ? Che il colosso dell'Occidente si avvii piuttosto a fare la fine dell'altro tracotante colosso pseudo-antagonista ? L'avvenire, dicevano i nostri Padri, è sulle ginocchia di Zeus.
Comunque: onore e successo ai Lakota, dei quali ci siamo sempre sentiti fratelli in ispirito ! |
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